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Martedì, 02. Aprile 2013
Cambiamo........
di letteratura, 09:55

Ci siamo trasferiti al seguente indirizzo:
http://recensioniamichevoli.wordpress.com/

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Martedì, 26. Marzo 2013
Gang Bang (2008) di Chuck Palahniuk
di letteratura, 17:24

Palahniuk è forse senza esagerare uno dei miei scrittori preferiti: riconosco nei suoi libri poca originalità nel delineare i protagonisti, quasi sempre falliti o tendenzialmente negativi e un modo di scrivere sopra le righe, volutamente esagerato a tratti volgare e strafottente, ma forse è proprio questo che mi piace, il fatto cioè di sapere cosa aspettarmi. Un po' quello che è accaduto con questo volume dal titolo abbastanza esplicativo che racconta una storia ambientata nel mondo del porno: l'attrice hard ormai di mezza età Cassie Wright decide di fare un film in cui sarà la protagonista di una gang bang da record con 600 partecipanti, lo scopo è quello di morire per impedire che in futuro se ne facciano delle altre e per lasciare i guadagni ricavati al figlio dato in adozione anni addietro. Il tutto viene raccontato attraverso quattro punti di vista, tre dei quali sono di uomini in fila per partecipare al film e il quarto è quello di Sheila, l'assistente di Cassie. La cosa si complica perchè scopriamo ben presto che uno di quei 600 in fila asserisce di essere il figlio dato in adozione. Il racconto come sempre è serrato, complice l'ambientazione in un unico luogo - lo stanzone in cui 600 uomini seminudi attendono il loro turno - e Palahniuk come suo solito snocciola nozioni sul mondo in questo caso dell'hard e del cinema prendendo di mira una delle ansie tipiche del nostro tempo, ovvero il desiderio di essere famosi, di avere quei 15 minuti di celebrità  che possono - nel nostro caso - durare il tempo di un rapporto hard (eiaculazione compresa). Lo sguardo sui protagonisti è a tratti schifato, a tratti divertito e il lettore non può che rimanere a guardare e vedere come andrà a finire tra i vari colpi di scena finali. Se invece un appunto si può fare è proprio in riferimento alla scelta di raccontare la storia dal punto di vista di personaggi diversi: durante la lettura si percepisce con difficoltà quale dei protagonisti stia parlando perchè tutti parlano come parlerebbe un qualsiasi disincantato personaggio palahniukiano ed è un peccato perchè si perde la molteplicità voluta dall'autore cosa che invece in Rabbia era più evidente.
Una lettura tutto sommato scorrevole, divertente, scorretta e poco adatta agli amanti delle storie patinate ed eleganti, l'autore infatti è un esperto nel mostrare con i suoi personaggi e le loro storie assurde lo sporco che è dentro ognuno di noi.

"Non importa quanto lavori duro, o quanto diventi in gamba. Sarai sempre e soltanto ricordato per quell’unica scelta sbagliata. "

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Martedì, 26. Febbraio 2013
L'assassinio di via Belpoggio (1890) di Italo Svevo
di letteratura, 17:33



Altro libro breve o per essere più precisi, altro racconto lungo.
La trama non è scontata e si presenta senza inutili moralismi di sorta o pretese educative. In poche pagine l’autore riesce a descrivere in maniera convincente lo stato d’animo di un accidentale assassino.
Le ansie, le paure, i disagi passati dal protagonista sono raccontati in maniera talmente verosimile da essere trasmessi completamente al lettore.
Un racconto altamente introspettivo il quale tenta di sondare l’animo umano posto in una situazione inusuale e di disagio. La sfida che si pone Italo Svevo è però ancora più ardua, ponendo al centro del suo racconto un uomo senza vincoli morali, senza ideali, gretto e per di più solo senza nemmeno la madre che lo ha ripudiato. Eppure nelle pagine finali, tanta è l’impersonificazione del lettore nel protagonista da sperare in un via di fuga, da confidare nella salvezza che forse in un certo senso arriva nella conclusione tanto realistica quanto cruda.
Un racconto tipico del ‘900 italiano, nel quale è palpabile la voglia di sondare territori generalmente poco frequentati. Come in tutta la letteratura di Svevo, il vinto, l’inetto è al centro della sua attenzione come lo è anche in questo racconto sicuramente da leggere.

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Giovedì, 31. Gennaio 2013
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di letteratura, 12:53

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Mercoledì, 30. Gennaio 2013
Secondo avvento (1881) di Mark Twain
di letteratura, 13:03



Consiglio vivamente a tutti la lettura di questo racconto per alcuni semplici motivi. Primo fra tutti si tratta di un racconto breve, che impegna una serata forse anche meno; secondo stiamo parlando di Mark Twain e già questo dovrebbe bastare; terzo difficilmente troverete un racconto su Cristo così divertente e così spensierato.
La storia è semplice: cosa accadrebbe se avvenisse un secondo avvento, una seconda nascita del figlio di Dio ai giorni nostri (in questo caso ai tempi dell’autore, circa fine ‘800 ma il concetto non cambia). Ne esce una parodia moderna della vita di Gesù e dei suoi apostoli, giocando sia su contrasti logici legati ai miracoli sia sul fronte psicologico relativo alla visione degli stessi.
E’ sicuramente un racconto surreale, visto anche il tema trattato, tuttavia ogni vicenda narrata è credibile e questo dona alla vicenda una piacevole leggerezza.
Appare evidente che una storia del genere contenga una critica al mondo cattolico o comunque ai sacri testi della cristianità. La grandezza è nell’averlo fatto senza malizia, senza inutili “moralismi atei” troppo presenti negli attuali romanzi “illuminati” della nostra epoca.
“Secondo avvento” chiarisce, se mai ce ne fosse bisogno, perché Mark Twain debba essere collocato nell’olimpo della letteratura; grazie a due rare doti, intelligenza e ironia.

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Lunedì, 21. Gennaio 2013
Cosmopolis (2003) di Don DeLillo
di letteratura, 16:57



Un libro difficile, complicato, addirittura faticoso in alcune parti, ma non per questo da buttare anzi.
Sin dalle prime righe si capisce che all’autore piace una scrittura poetica, quasi barocca non solo nello stile o nel lessico ma anche nei discorsi, nei ragionamenti che vengono eviscerati durante la lettura. Mi pare evidente che Don DeLillo si compiace del proprio scrivere, sa di essere un autore brillante, sa di essere acuto e lo vuole mettere in mostra. Fortunatamente questo non disturba la lettura, anzi la rende piacevole considerando anche l’esigua l’unghezza del libro; è piacevole perdersi nelle lunghi introspezioni del protagonista ed è stimolante affrontare una scrittura così ricercata. Probabilmente se il libro fosse arrivato alle trecento pagine avrebbe annoiato o ancor peggio stancato; l’autore non fa questo errore e gliene sono grato.
L’idea dell’autore è di riproporre in chiave moderna il famigerato “flusso di coscienza” reso famoso da Joyce nel suo Ulisse. Il tentativo è chiaro e nemmeno troppo celato, una piacioneria di cui, sinceramente, non se ne sentiva il bisogno almeno per quanto riguarda il lettore.
La parte più interessante del racconto è sicuramente l’architettura della trama. Un viaggio (nel vero sento della parola) lucido e allo stesso tempo allucinato tra i grandi temi della società moderna: la globalizzazione, la ricchezza spudorata e senza limiti, l’alta finanza, la politica e la sua connivenza con forti gruppi economici, il terrorismo; insomma in poche pagine sono condensate tutte le problematiche della società società attuale. Gli argomenti che riempono i telegiornali della nostra epoca sono riproposti da Don DeLillo senza mai cadere nella banalità. Il Libro non si esaurisce in un affresco sociologico ma propone anche ansie e fobie strettamente individuali grazie a due punti di vista diametralmente opposti: il protagonista miliardario e il suo assassino ridotto sul lastrico.
Attualmente il libro è osannato in quanto gli è stato dato il merito di aver anticipato il crollo del sistema finanziario; niente di più falso! Non vi è traccia di tale preveggenza. Si assiste invece ad un fallimento certamente individuale, il quale assume connotati matematico filosofici nelle ultime pagine del racconto con un parallelo inaspettato tra una prostata asimmetrica e la caduta dello Yen Giapponese; questo consente all’autore un interessante disserzione sulla bellezza che senza scomodare inutili e false capacità premonitive è la parte più chiara e piacevole di tutto il romanzo.
Un libro interessante in grado di generare sentimenti contrapposti come si evince anche da questa incerta recensione e che malgrado alcune scelte opinabili dell’autore, presenta temi di sicuro interesse lasciando notevoli spunti di riflessione.

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Venerdì, 16. Novembre 2012
Cronache marziane (1950) di Ray Bradbury
di letteratura, 09:15



Devo ammettere di aver faticato un po' ad entrare nel vivo della lettura di questa raccolta di racconti, ma una volta dentro mi sono lasciato trasportare su Marte ed è stata una vera e propria esperienza. Non sono un amante della fantascienza e di Bradbury avevo solo letto il famoso Fahrenheit 451
che non mi aveva colpito troppo, ma solo poichè avevo già avuto a che fare con la fantasiosa trasposizione cinematografica di Truffaut; da non appassionato del genere posso quindi dire che uno dei pregi di queste "cronache" è quello di essere un racconto universale sull'uomo senza badare troppo a descrivere strane tecnologie futuristiche. Siamo di fronte al racconto delle prime spedizioni sul pianeta rosso e delle successive conquiste da parte degli uomini: la fame di successo non si ferma nello spazio e l'uomo con fatica approderà su Marte sconvolgendone la vita precedente. Bradbury mostra le fasi della conquista come se stesse raccontando un episodio qualsiasi della nostra storia con l'uomo nel ruolo del conquistatore e i Marziani in quello del popolo sopraffatto. C'è molta umanità negli stessi marziani, un popolo antichissimo, nei loro gesti e nella vita proprio perchè all'autore non interessa soffermarsi sul loro aspetto e sulle loro tecnologie ma vuole solo raccontare quanto alla fine siano simili agli uomini. E' questa la fantascienza che mi piace, quella che si interroga e che affronta i misteri dell'ignoto e la grandezza di questo in rapporto alla nostra piccola umanità: sia nel cinema (Moon ad esempio) che in letteratura (2001:odissea nello spazio e Solaris). La struttura dell'opera suddivisa appunto in brevi racconti (usciti anche singolarmente su riviste specializzate), ognuno legato ad una fase della conquista (e successivo abbandono) del pianeta, consente di godere di una lettura facile e leggera; lo stile elegante ma nello stesso tempo diretto e privo di orpelli è concentrato sui contenuti ed è efficace e funzionale. Un libro che consiglio agli amanti dei classici, della fantascienza e soprattutto a chi ama viaggiare e ama godere delle novità dei posti che visita... Marte infatti non è mai stato così bello e così vicino.

"E concluse, mentre il sonno si tramutava in sogno, che sì, certamente, irrevocabilmente, sì, senz'ombra di dubbio, così era sempre stato e così sarebbe continuato a essere per sempre."

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Giovedì, 20. Settembre 2012
L'arte della guerra (III secolo a.c.) di Sun Tzu
di letteratura, 00:51


Non è facile recensire un libro del genere; si tratta di una sorta di decalogo sulla guerra e sulla sua importanza all’interno dello stato.
L’importanza di questo libro è prima di tutto storica, è il primo tentativo conosciuto di formulare una didattica della guerra considerando non solo aspetti generici ma anche specificatamente pratici come potrebbe essere l’utilizzo del fuoco o la scelta del tipo di terreno.
Chiaramente vista la tipologia di libro è impossibile effettuare una recensione classica, si possono comunque ricavare delle considerazioni generali.
Quello che mi ha colpito maggiormente è la ferrea logica presentata nei precetti, siamo di fronte ad un libro che probabilmente è stato scritto più di 2000 anni fa eppure non c’è traccia di superstizione, di mitologia, di credenze popolari e non troveremo nemmeno presente alcuna forma di moralismo. Tutte le azioni che vengono compiute sul campo di battaglia sono giudicate solo con ottica funzionale, materialista. L’azione che consente di far trarre maggior profitto diviene automaticamente l’azione corretta da fare, non solo; l’obiettivo di un generale è sempre quello di vincere la guerra, di conseguenza l’azione corretta non è solo la migliore è anche quella obbligatoria da effettuare pena, l’inevitabile sconfitta.
Il libro sta vivendo un periodo di fama, grazie soprattutto alla rilettura in ambito aziendale e manageriale. Questo nuovo utilizzo mi lascia perplesso e sicuramente poco d’accordo; ricercare un’ipotetica dimenticata conoscenza nelle parole di un generale di 2000 anni fa mi sembra un’idea più folkloristica che non valida. La crisi della classe manageriale sembra averne minato la fiducia tanto da costringerla a trovare una dottrina storica che possa riabilitarla, ma che in realtà, non ha alcun fondamento.
E’ un libro che parla di guerra in particolare e più in generale di come si possa battere un nemico sul campo di battaglia. Io, come credo molte altre persone, non ho esperienza di comando militare; ho trovato naturale quindi effettuare  un parallelo tra quanto stavo leggendo e le mie esperienze dirette con simulazioni ludiche di battaglia, scacchi e ai giochi RTS (strategia in tempo reale).
Ho trovato due spinti particolarmente interessanti. Il primo è stato il concetto di velocità, di guadagno di tempo; Sun Tzu pone come cardine fondamentale per una vittoria, il vantaggio di tempo sull’avversario. Avere le truppe più veloci, arrivare primi sul campo di battaglia, muoversi per primi; sono concetti modernissimi che si ritrovano anche negli scacchi come, la necessità dello sviluppo o il concetto di tempo. La cosa ancor più incredibile è che questi concetti sviluppati secoli fa risultarono nuovi nel mondo degli scacchi fino al ‘900 con le teorie dei maestri ipermoderni.
Altro concetto sorprendente è quello dell’informazione. Il maestro cinese più volte avrà occasione, nel corso del libro, di ribadire quanto possa essere importante avere più informazioni possibili sul nemico. Quella che viene descritta è una vera e propria azione di intelligence. Dal punto di vista pratico ho potuto sperimentare l’importanza di tale concetto  attraverso Starcraft (gioco RTS della Blizzard) dove possedere continue informazioni null’avversario è allo stesso tempo, necessario e fondamentale per raggiungere la vittoria finale.
Un libro sicuramente interessante va letto però nella giusta ottica; la validità di questo libro è tutta nella sua importanza storica; nessuno degli elementi presenti è può giungere nuovo o innovativo, sono passati ventidue secoli dalla sua stesura e numerosi studi hanno già analizzato e ampliato tutti i concetti presenti nel testo. Rimane comunque piacevole stupirsi di come razionalità e buon senso possano sviluppare idee valide in ogni epoca.

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Mercoledì, 29. Agosto 2012
22/11/'63 (2011) di Stephen King
di letteratura, 16:25



Il ritorno alla grande narrativa di King, quella che lo ha reso quello che è, è un libro di quasi 800 pagine che affronta una storia di amore, di vita e di passioni (molto poco horror) e...di viaggi nel tempo. Il professore Jake Epping parlando con il suo amico Al della tavola calda eredita da lui un importantissimo segreto; nella sua dispensa c'è un passaggio temporale (lo chiama "buca del coniglio") attraversando il quale si torna indietro sempre alla stessa giornata di settembre del 1958: quello che Al ormai malato vuole è che Jake vada indietro nel tempo ad impedire che Kennedy venga ucciso. Su due piedi, leggendo la trama, non si darebbe una lira a questo romanzo, i soliti viaggi nel tempo, l'episodio di Kennedy su cui molto è stato detto e speculato, insomma il rischio boiata c'è e in effetti dal punto di vista del paradosso temporale l'originalità forse latita, si parla di effetto farfalla, di sconvolgimenti della linea temporale, di cose a cui la fantascienza ci ha abituato da molto. Quello che sorprende è ritrovare una narrazione piena, una storia così coinvolgente - un viaggio nel tempo lungo 5 anni è una parte importante della vita di una persona - e fondamentalmente è di questo che si parla, di scelte sbagliate, di destino inesorabile, della voglia di vivere una bella storia d'amore e riassaporare il piacere di una vita semplice (cosa che al protagonista mancava e forse manca un po' a tutti). Non ci si annoia quindi nel leggere le avventure di Jake nel passato mentre il fatidico momento dell'assassinio di Kennedy si avvicina ed è difficile alzare la testa dalla pagina. Alcune parti, pur essendo come dicevo 800 belle pagine, risultano forse un po' sbrigative nel complesso ma siamo forse di fronte al grande libro che da anni mancava a King, molti lo definiscono infatti il suo capolavoro e anche se non mi spingerei sicuramente così in là posso confermare, da amante delle sue prime opere, che siamo di fronte ad un romanzo capace di toccare un pubblico molto ampio e di stimolare interesse anche in chi non conosce la produzione del Re. Non manca adesso che attendere l'immancabile versione cinematografica (o meglio sarebbe una miniserie).

"Casa" è guardare la luna che sorge sul deserto e avere qualcuno da chiamare alla finestra, a guardarla insieme a te. "Casa" è dove puoi ballare con qualcuno, e la danza è vita.

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Giovedì, 19. Luglio 2012
Quando Teresa si arrabbiò con Dio (1992) di Alejandro Jodorowsky
di letteratura, 18:39



Conosco Jodorowsky un po' come regista, ma non avevo letto mai nulla e devo dire che anche su carta riesce a risultare estremo e molto particolare: il suo cinema è di quelli difficili, con più livelli di interpretazione, sporco e genialmente innovativo ma che per essere gustato va visto nel momento giusto e con le giuste pretese. Per quanto riguarda il libro sono rimasto inizialmente turbato dall'enormità dei personaggi e delle storie che vengono quasi vomitate ininterrottamente ma poi il suo mondo mi ha conquistato e non riuscivo a smettere: viene narrata la storia delle origini della sua famiglia a metà tra il reale e il fantastico partendo dalle vicende dei suoi nonni paterni, ebrei russi in fuga verso il Sudamerica fino ad arrivare all'incontro tra i suoi genitori. Non c'è assolutamente alcun limite alla fantasia dell'autore che gioca con qualsiasi elemento, dalla religione alla politica, dal sesso (non viene lesinato alcunchè) alla mitologia, dalla violenza alle lotte operaie, dal profondo senso della famiglia ai tarocchi: c'è chi parla la lingua degli animali, chi pratica il mestiere del calzaturologo, chi rifiuta le proprie radici, chi entra nel circo, chi si prende cura di icone religiose. Ce n'è per tutti, i personaggi - dai principali agli ultimi - sono tutti diversi e facilmente riconoscibili, ognuno con una seppur piccola storia interessante alle spalle e tutti concorrono alla costituzione di un mosaico multietnico e colorato, come a voler dire che Jodorowsky è l'insieme di queste culture e la somma di questi eventi. Gli elementi che emergono dal tutto sono sicuramente la grande importanza rivestita dalla famiglia (intesa come nucleo che nasce, cambia, muore e rinasce in altre forme), la religione come devozione grandissima e come negazione di essa (l'uomo e i suoi desideri sono al centro del mondo, la divinità è in noi) e non ultimo il riconoscimento del fallimento dell'azione comunista. Altra cosa che salta agli occhi è la forte presenza della sessualità, come atto supremo di unione di anime e corpi, l'autore infatti descriverà i più assurdi ma nello stesso tempo poetici accoppiamenti che si possano immaginare, denotando un profondo rispetto verso l'atto in sè e un sano rapporto con quello che per molti è sempre un tabù. Quanta volontà di giocare con la critica e voglia di provocare a tutti i costi ci sia in queste descrizioni spinte non è dato saperlo, ma nel pentolone del romanzo tra un eccesso e l'altro ci stanno benissimo. Da leggere se si ama essere travolti.

"C'è un istante preciso in cui il mondo è meraviglioso: adesso."

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Martedì, 03. Luglio 2012
Le correzioni (2001) di Jonathan Franzen
di letteratura, 17:54



Niente male questo libro di cui sentivo parlare in giro, un blogger entusiasta e un progetto sfumato di farne una serie tv, che a fine lettura lascia sicuramente qualcosa. La storia della famiglia Lambert, i genitori Alfred ed Enid (lui col Parkinson, lei col desiderio di riunire la famiglia) e i tre figli ormai adulti Gary, Chip e Denise viene raccontata dall’autore in modo frizzante ed energico, si viene infatti quasi travolti dalle migliaia di nozioni che Franzen riversa in quasi 600 pagine e che ci permettono di conoscere alcune sfaccettature di questi quanto mai realistici personaggi. Ormai in piena pensione Alfred affetto dal Parkinson e Enid vivono nel Midwest col loro discreto buon tenore di vita un’esistenza che si avvia alla fine, l’unico desiderio di Enid è avere con sé la famiglia per un ultimo natale nella loro casa di St. Jude a costo di scontrarsi con i problemi dei figli: la moglie infantile di Gary e la voglia di lui di tenere tutto sotto controllo, la disastrosa vita sentimentale di Denise e la fuga in Europa di Chip alle prese con un lavoro non del tutto legale. Ci sarebbe da parlare per ore di questo volume, dal respiro epico se vogliamo, ma non saprei nemmeno da dove cominciare. Indubbiamente ho apprezzato lo stile fresco e pieno di immagini anche forti che fa dell’ironia e del sarcasmo armi efficaci per illustrare colpo su colpo un mondo borghese e ipocrita tipico degli Stati Uniti della fine del XX secolo: laddove inizialmente si ride finiamo coll’amareggiarci perché in fondo la bravura dell’autore è stata quella di dipingere un quadro tutt’altro che astratto. Molte situazioni di questa famiglia sono infatti rintracciabili nelle nostre case: le dinamiche tra fratelli, l’ingenuo attaccamento alle cose di una madre rimasta sola, i silenzi e le chiusure di un padre, le incertezze sessuali di una figlia sempre alla ricerca di risultati eccellenti o i fallimenti lavorativi difficili da condividere con chi ci ha cresciuto sono realtà a tutti gli effetti e la sensazione che si ha a fine lettura è quella appunto di aver aperto gli occhi sulla propria realtà familiare. L’enigmatico titolo “le correzioni” fa riferimento al tentativo operato dai genitori, ma anche dai figli verso i genitori di correggere la personalità dell’individuo: le regole che ci imponiamo o che ci vengono imposte, le leggi non scritte della società sono delle sovrastrutture che alla fine, lo scoprirà finalmente Enid, non avranno mai l’effetto sperato. Una lettura che consiglio, un libro entrato nell’olimpo della letteratura contemporanea, scritto benissimo e pieno di umanità: difficile secondo me che qualcuno non riesca a trovarci seppur in un angolo qualcosa della propria famiglia.

“Ogni giorno che Chip trascorreva ad abbellire il cadavere di un monologo drammaticamente morto era un giorno in cui l'affitto, il cibo e i divertimenti venivano pagati”

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Sabato, 26. Maggio 2012
Il mistero della cripta stregata (1978) di Eduardo Mendoza
di letteratura, 14:26


Ho scambiato questo libro con uno dei tanti che mi sono stati recapitati da Mondolibri e non ho mai avuto il coraggio di “sbustare”; un cambio più favorevole non avrei mai potuto sperare. Non conoscevo affatto questo sig. Mendoza ma sono certo che questo non sarà il suo ultimo libro che leggerò.
La prima cosa che colpisce del romanzo e' la scrittura: intensa, brillante, ricca di aggettivi; a impressionare, soprattutto nelle prime pagine, e' la varietà del vocabolario, tanti termini di utilizzo poco comune e non mi vergogno ad ammettere di essermi ritrovato spesso con il vocabolario tra le mani.
E’ d’obbligo a questo punto una piccola parentesi, siamo chiaramente di fronte ad un libro tradotto ed è difficile capire dove possa finire il merito dell'autore e iniziare quello del traduttore. La soluzione migliore sarebbe quella di leggere il libro in lingua originale ma la mia pessima conoscenza dello spagnolo mi rende impossibile questa operazione, colgo quindi l'occasione per citare per la prima volta il curatore della stessa, tale Gianni Guadalupi.
Tornando al libro vorrei segnalare, non solo l'elevata quantità di aggettivi utilizzati, ma anche la struttura verbale stessa, difficilmente ci troveremo di fronte periodi corti o frasi sintetiche molto più spesso avremo il piacere di leggere frasi elaborate, contorte e sviluppate su più livelli contemporaneamente; questo tipo di scrittura, che può rivelarsi un arma a doppio taglio se non viene maneggiata con cura, rende il nostro verboso protagonista ancor più simpatico e accattivante.
Non mi dilungo mai spesso sulla qualità della scrittura di un libro, prediligo concentrarmi sulla trama e sulla costruzione dei personaggi, ho fatto un’eccezione in questo caso perché ne sono rimasto veramente colpito e non posso che non ribadirlo.
Il libro è un giallo atipico, non tanto per la trama tutto sommato lineare, quanto per il suo protagonista veramente fuori dagli schemi; un sociopatico con spiccate capacità logiche.
La lucida follia del protagonista permette a Mendoza una critica sociale cinica e spietata degli ambienti ricco borghesi, senza tralasciare la, sempre presente, critica al mondo ecclesiastico. In realtà sotto questo punto di vista nulla di nuovo all’orizzonte, trame surreali e comicità sono le armi della critica sociale di molti autori, ma in questo caso Mendoza riesce a farlo con una leggerezza e una simpatica da non risultare mai troppo stucchevole.
Ho trovato una certa affinità tra il nostro scrittore e il ciclo della famiglia Malaussene di Pennac, forse non nel protagonista forse non nelle trame, ma sicuramente in un certo clima semi goliardico che entrambi gli autori riescono ad esprimere nei loro libri; vista la data di pubblicazione de Il mistero della cripta stregata non posso non pensare che il francese abbia colto una sorta di ispirazione dallo spagnolo.
Una caratteristica del personaggio che mi è rimasta particolarmente impressa è il continuo dialogo al lettore, l’abbattimento della famosa quarta parete; non ho potuto fare a meno di notare una somiglianza tra Wade Wilson alias Deadpool della Marvel e lo strambo spagnolo del libro, particolarità che mi ha lasciato notevolmente e felicemente sorpreso anche se sono più che certo che in questo caso si tratti solo di una pura coincidenza.
Credo di aver detto tutto, ribadisco la piacevolezza della lettura e non posso che consigliare a tutti di includere l’autore tra quelli da scoprire assolutamente, magari sotto l’ombrellone.

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Martedì, 17. Aprile 2012
La famiglia Winshaw (1995) di Jonathan Coe
di letteratura, 17:27


Ho letto solo un altro libro di questo autore (Questa notte mi ha aperto gli occhi) e non mi aveva fatto scattare nulla di particolare, ho deciso quindi di darmi una seconda chance affrontando questo bel volume di quasi 600 pagine dopo essermi lasciato conquistare dalla trama. Si tratta di un romanzo particolare che raccoglie quelle che dovevano essere le memorie e gli appunti del giovane scrittore Michael Owen alle prese con la stesura della biografia della grande e potente famiglia inglese dei Winshaw. La particolarità è appunto quella di vedere insieme accostati più stili, dal romanzo all’articolo di giornale, dalla cronaca alle memorie, dal documentario al classico racconto di formazione del XIX secolo; in tutto ciò oltre alla storia della famiglia viene delineandosi anche la figura dello scrittore, dei suoi traumi infantili e di momenti fondamentali della sua vita, una vita a quanto pare collegata indirettamente o meno al destino della famiglia. E’ un piacere leggere le vicende di mezzo secolo di storia inglese (gli anni della Tatcher saranno quelli col più forte contraccolpo sul paese e sulla famiglia Winshaw ma non meno importante sarà l’inizio della Guerra del Golfo) e vedere come l’autore riesce a inserire passaggi fondamentali del racconto e come nei contesti più assurdi ci sia sempre lo zampino di questi ricconi Winshaw: giocando con la storia riesce a far emergere profonde riflessioni sull’influenza di personaggi senza scrupoli nella vita quotidiana delle persone comuni. La figura dello scrittore con le sue paure, la sua sociopatia rappresenta nel suo piccolo lo specchio di un paese ridotto alla crisi di valori e allo stremo delle forze da un governo e un gioco di poteri implacabile e senza freni. In tutto ciò  è presente – cosa non secondaria assolutamente – l’elemento se vogliamo thriller: un mistero e una morte inspiegabile pesa dagli anni della seconda guerra mondiale sul destino dei Winshaw e, come in un film anni ‘60 citato più volte, lo scrittore raccogliendo informazioni sulla sua opera si trasformerà in investigatore come nella più classica delle avventure di Sherlock Holmes o Agatha Christie.  Quindi, albero genealogico alla mano (presente all’inizio del volume), consiglio a tutti di fare la conoscenza uno a uno dei membri viscidi e cattivissimi di questa famiglia simbolo dei mali del mondo e di divertirsi nel leggere gli intrecci, gli amori, i delitti e le macchinazioni che compongono il grande mosaico di questo libro.

"...c'è una parte della storia, anzi un componente, che spicca come il proverbiale bozzo in fronte. Un personaggio talmente a disagio in mezzo agli altri che viene spontaneo chiedersi se non provenga da un altro dramma completamente diverso. Mi riferisco a te, Michael."

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Venerdì, 23. Marzo 2012
Un borghese piccolo piccolo (1976) di Vincenzo Cerami
di letteratura, 11:33



Piccolo, intenso e senza via di scampo. Così si presenta questo romanzo, circa 130 pagine amare che Vincenzo Cerami alla sua prima opera consegnerà alla storia della narrativa italiana e al cinema (grazie all'omonimo film di Monicelli con Alberto Sordi). Viene narrata la storia di Giovanni, impiegato pubblico, e della sua famiglia, il figlio Mario e la moglie Amalia, alle prese con gli ultimi anni prima della pensione, la voglia di riuscire a sistemare il figlio con un buon lavoro e godersi in pace il resto della vita. In tutto ciò, quella che sembra una vicenda senza mordente è in realtà una rappresentazione feroce dell'Italia dei primi anni '70, l'Italia degli impiegati, dei loro piccoli sogni e di come la vita nella sua ineluttabilità sa schiacciarli e andare avanti. Se penso al nostro paese in quegli anni e all'immaginario proveniente dal mondo del cinema questa storia si pone come un fulmine a ciel sereno, come volesse aprire gli occhi agli italiani e far capire che il boom economico è un ricordo, le farse e gli equivoci della commedia all'italiana hanno perso senso e ad ogni angolo di strada può capitare di trovarsi contro dei giovanotti a mano armata.  Non intendo aggiungere altro alla trama, in effetti seppur in poche pagine ne avvengono di cose (tra massoneria, concorsi, omicidi e inseguimenti), ma solo sottolineare quanto - da impiegato pubblico quale sono - l'affresco dipinto da Cerami ormai 40 anni fa sia comunque ancora attuale.In un periodo come il nostro in cui si parla solo di crisi, leggere dei sogni di una famiglia semplice, della ricerca di un lavoro sicuro o della tanto agognata pensione (per fare cosa poi? andare a trovare i vecchi colleghi?) fa riflettere. Una scrittura semplice e diretta, volta a far sorridere delle piccole debolezze umane in alcuni casi e a far piangere in altri, presta l'opera allo scorrere degli eventi: non si può non concludere che è la Vita la vera protagonista del romanzo nel suo incedere pesante e senza sosta.

"Seduto, inforcati gli occhiali, fra le mani matita e "settimana enigmistica", s'impegnò di muso buono a risolvere rebus e sciarade.
Qualche suo colpetto di tosse ogni tanto, il respiro sforzato dell'assassino e il tic tac dell'orologio a pile erano gli unici segni di vita.
"

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Mercoledì, 21. Marzo 2012
E johnny prese il fucile (1939) di Dalton Trumbo
di letteratura, 17:21


Arrivo alla lettura, come spesso mi accade, dopo aver visto il film, ma fortunatamente essendo passato moltissimo tempo dalla visione, posso dire di aver apprezzato e gustato appieno la lettura di un libro tanto particolare quanto significativo. Trumbo, finito in prigione durante il maccartismo, scrisse questo suo manifesto antimilitarista in seguito a fatti accaduti e poco prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale. Il libro, nella sua semplicità, segue la storia di Joe Bohnam, il quale si risveglia in un ospedale militare dopo essere stato colpito da una bomba sul campo di guerra e scopre nel buio e nel silenzio più totale di aver perso la vista, l’udito, l’olfatto e anche braccia e gambe: è in pratica un tronco di essere umano con mezza faccia bloccato su un letto d’ospedale.  La presa di coscienza di questa condizione viene realizzata lentamente, difficile è per Joe distinguere tra il giorno e la notte, tra il sogno e la realtà (a causa di questo la narrazione alterna momenti del presente a flashback della sua adolescenza e infanzia pre-arruolamento). Il protagonista ci viene presentato come il classico bravo ragazzo della provincia americana, con le sue prime cotte, i primi lavoretti e la responsabilità nei confronti della famiglia dopo la morte del padre: non ultima è la responsabilità nei confronti della nazione, Nazione che quando chiama non deve essere fatta aspettare (questo ad indicare una certa mentalità patriottica militarista che da sempre connota la società statunitense). I deliri di Joe e la sua voglia di vivere sono resi attraverso una scrittura concitata, la punteggiatura è ridotta al minimo proprio per indicare la foga con cui vorrebbe comunicare e con cui effettivamente riuscirà a stabilire un contatto nelle ultime dolorosissime pagine. Attraverso le urla silenziose del povero Joe, cervello pensante in un corpo morto, Trumbo manda un messaggio che arriva forte, chiaro e senza fronzoli: la guerra è sbagliata, anteporre la guerra ai propri sogni e ai propri affetti è sbagliato, come è sbagliato insignire con una medaglia un soldato menomato solo per essersi comportato da eroe. La ricerca della gloria è un abbaglio e molti giovani sono caduti inseguendo questo miraggio quando poi quello che volevano era solo essere felici e in pace con se stessi e gli altri. Una lettura che colpisce, angosciante e tremendamente attuale.

Poteva sperare che fosse un sogno finché voleva ma non avrebbe cambiato la situazione. Perché era vivo e sveglio. Non era altro che un mucchio di carne come quei blocchi di cartilagine che mostrava il professor Vogel alla lezione di biologia.

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Mercoledì, 11. Gennaio 2012
Dune (1965) di Frank Herbert
di letteratura, 13:40


Ho visto per la prima volta il film di David Lynch nell’estate del 1986 nell’arena del mio paese, non rammento molto di quella serata e non posso dire di ricordare il film grazie a quella prima visione, quello che ricordo con assoluta certezza fu però l’atmosfera magica che quel film mi regalò e la passione per la fantascienza che da quel giorno non mi avrebbe mai più abbandonato.
In seguito ebbi modo di rivedere il film molte volte, tanto da diventare ben presto il mio film preferito, ritrovandomi così nella situazione peggiore per chi legge un libro, quella cioè di aver prima visto il film.
Era chiaro quindi che la mia lettura sarebbe stata influenza dalla visione del film così come (per fortuna o purtroppo) ne sarà influenzata la mia recensione.
La prima cosa che mi ha colpito del libro sono state le note presenti nella terza pagina:

Il puro piacere dell’invenzione e della narrativa ad altissimo livello. Isaac Asimov
Un mondo che nessuno ha ancora saputo ricreare con tale perfezione. James Cameron
Il meglio. Oltre ogni genere letterario e ogni epoca. Stephen King
Senza Dune, Guerre Stellari non sarebbe mai esistito. Gorge Lucas
Dune è parte integrante del mio universo fantastico. Steven Spielberg

Non credo siano necessarie le mie parole per mettere in evidenza, ancora di più, l’importanza di Dune nell’immaginario collettivo fantascientifico, infatti i più importanti esponenti della fantascienza di questo secolo pongono il libro al centro delle loro produzioni. Quello che sbalordisce è invece il relativo anonimato dello stesso, ma anche dell’autore, nei confronti del grande pubblico, questo credo sia spiegabile solo dalla complessità della trama e del mondo ideato dall’autore. L’infinito deserto, le macchine volanti, i vermi; risultano forse ancora di difficile riproduzione da parte del grande circo hollywoodiano e quindi poco appetibili all’unico grande mercato che sarebbe in grado di proiettare l’opera nell’olimpo della grande distribuzione.
Ma forse la motivazione è ancor più sociologica che non tecnica e si può trovare direttamente nelle parole di George Lucas. Dopo aver letto Dune appare chiaro come l’universo di Guerre Stellari si sia liberamente ispirato a quello di Dune gli elementi sono praticamente gli stessi: come la riproposizione in chiave fantastica del periodo sette-ottocentesco, un forte e immenso impero centrale nel suo momento di decadenza, la corruzione, la netta divisione tra bene e male senza compromesso alcuno, la religione come forza temporale e il misticismo religioso in genere. E’ come se Guerre Stellari con la sua versione edulcorata dell’universo di Dune avesse colmato un bisogno immaginifico richiesto dal pubblico stesso; bisogno calmato in maniera così eccellente da non lasciare più spazio, almeno per quanto riguarda il grande pubblico, ad altri universi simili, abbiano questi diritto di paternità o meno.
Tornando al libro vero e proprio, gli elementi centrali sono due: il rapporto con il deserto e quello con la religione.
Per quanto riguarda il rapporto con il deserto questa è stata sicuramente la parte che ha permesso all’autore di mettere in mostra le sue capacità inventive. Ecco allora nascere tutta una serie di dispositivi ingegnosi per intrappolare l’acqua; primo tra tutti la nota tuta distillante primo baluardo difensivo contro il deserto. Nell’introduzione del libro è presente un piacevole discorso tenuto dallo stesso autore proprio sul problema dell’acqua nel suo universo narrativo, da cui si evince l’interesse di Herbert a tal punto da approfondire l’argomento per poi riproporlo in condizioni estreme nel suo universo narrativo. In questo senso è ancora più lampante nella descrizione dei meccanismi che si celano dietro l’intero ecosistema di Dune, spiegato in maniera minuziosa e dettagliata dal planetologo Liet Kynes.
Quello che affascina di più e che a parer mio ha contribuito a far diventare il libro un cult, è sicuramente l’aspetto mistico religioso. Qui troviamo anche le differenze maggiori, almeno concettualmente, con il film. Lynch si lascia affascinare dalla componente mistica sicuramente più adatta a far presa sul pubblico cinematografico, così facendo però si perde completamente la parte, più razionale, più calcolata e sicuramente più interessante. La forza della religione risiede nella capacità di scoprire la verità e smascherare la menzogna, verità che diviene così come l’acqua su Dune, fonte di potere accessibile solo a pochi. L’universo di Dune è un matriarcato, gli uomini hanno posizioni di comando ma il loro potere è di facciata, quello che viene concesso agli uomini è l’autorità, il carisma ma non il completo potere. L’imperatore non sarebbe nulla senza la sua veridica, immancabile in ogni incontro delicato, la fragilità del Duca Leto che è evidente al suo primo confronto con Jessica, ma c’è di più; tutte le nascite e i matrimoni sono pianificati dalle Bene Gesserit, piano questo che scavalca qualsiasi uomo a qualsiasi livello tanto da rimanere segreto a non adepti; ogni grande casata ha una donna nelle posizioni più vicine a quelle di comando. Unica eccezione per gli Harkonnen destinati infatti alla sconfitta. E allora il parallelo tra acqua e donne e ancora più forte: l’acqua, fonte di vita, così come la donna, ma dotata di una forza tale da poter provocare la morte, come del resto le pericolosissime abilità di ogni Bene Gesserit.
La nuova religione femminile immaginata da Herbert ricorda molto da vicino la psicostoria Asimoviana. La prima viene definita religione ma con forti elementi scientifici: nella gestione delle risorse chimiche del corpo, nella manipolazione genetica delle nascite. La seconda definita scienza ma i propri studiosi vengono venerati come dei sacerdoti (soprattutto nell’ultimo libro del ciclo), il punto centrale in comune è però la visione e quindi il controllo del futuro. La verità come potere, la verità assoluta che genera la visione del futuro porta quindi al potere assoluto e questo è presente tanto in Herbert quanto in Asimov.
Una aspetto particolarmente interessante è la manipolazione religiosa effettuata sul pianeta Dune da parte dell’ordine Bene Gesserit come, l’inoculamento premeditato di elementi religiosi fittizi nella popolazione, false credenze alimentate dall’ordine stesso, l’utilizzo di cerimonialità studiate a tavolino come forma di controllo su popolazioni barbare. Ciò denota una buona conoscenza da parte dell’autore di molte meccaniche antropologiche e rende ancora più evidente di come l’ordine religioso sia fondato su logiche razionaliste. Purtroppo tale aspetto è completamente trascurato nel film rendendo necessarie alcune evidenti forzature in fase di sceneggiatura.
Alla luce di questa visione è chiaro come la figura del Messia Paul sia completamente discordante tra film e libro. Nel romanzo infatti Paul rappresenta la rottura di tutti i dogmi religiosi preesistenti, la sua forza è proprio nella fusione in una sola persona delle prerogative sia maschili che femminili, egli racchiude in se: il diritto del comando, dato dalla sua discendenza nobile; il carisma, prerogativa sempre maschile nell’universo di Herbert; controllo sulla verità, grazie agli insegnamenti Bene Jesserit impartiti dalla madre e la conoscenza del futuro, stadio ultimo della verità. Questa sintesi di qualità è resa ancora più terribile dalla mancanza di controllo da parte dell’Ordine. Per la prima volta, infatti chi detiene tutti i poteri è indipendente e allo stesso tempo pericolosissimo, ne sono testimonianza le ripetute visioni di Paul.
Nel film, ancora una volta purtroppo, non si riesce mai a focalizzare il vero potere di Paul nella sua capacità di vedere il futuro, tutto è molto vago tanto da rischiare di associare la forza del messia nella forza del Modulo Estraniante (questo poi non presente affatto nel libro originale).
Sembra che “Storia del declino e della caduta dell’impero Romano” di Gibbon abbia fortemente ispirato Asimov nel suo ciclo più famoso di romanzi. Anche Herbert non sembra indifferente al fascino del libro con una visione questa volta capovolta. Se la caduta dell’Impero Romano avviene a causa di un processo di indebolimento prima tra tutto sociale dovuto all’agiatezza generale della popolazione, nell’Universo di Dune quello che avviene è esattamente il contrario, la fortificazione di un popolo attraverso il proprio stato di disagio dove la legge del più forte è ancora elemento di selezione naturale. Questa tesi è rafforzata ancora di più dalla “prova del nove” di Salusa Secundus, infatti per poter battere i temibili Sardaukar era necessario un popolo costretto a situazioni ancor più al limite come, i Fremen.
Per quanto riguarda il confronto con il film trovo quasi scontato la mancanza di molti aspetti presenti nel romanzo che per motivi sia tecnici sia di tempo sia di complessità non potevano venir inseriti nel film. Lynch ha puntato tutto sulla forza emotiva di un grande titolo eliminando del tutto la parte più cerebrale. Purtroppo così facendo la storia risulta monca di troppe parti fondamentali tradendo in qualche modo la stessa filosofia del libro. Rimarrò comunque sempre legato al film e continuerò a considerarlo il mio preferito pur riconoscendo nel libro una superiorità mai eguagliata dal prodotto cinematografico.

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Mercoledì, 28. Dicembre 2011
La scimmia e l'essenza (1949) di Aldous Huxley
di letteratura, 16:18



Huxley ripropone con questo libro una sua personalissiama visione di un futuro distopico, visione che influenzerà - come anche è stato per Il mondo nuovo - un certo cinema e letteratura di genere degli anni che seguiranno. Il romanzo in questione si divide in due parti: nella prima abbiamo il narratore e un suo collega sceneggiatore di Hollywood che tra un discussione e l'altra decidono di andare a cercare l'autore di un manoscritto  ("la scimmia e l'essenza" appunto) che li ha particolarmente colpiti. Nella seconda parte è riportato il soggetto cinematografico di cui i due parlavano, viene riportato senza alcuna interpolazione del nostro narratore e viene mantenuta la struttura della sceneggiatura con anche le indicazioni delle inquadrature etc. La storia immagina un mondo devastato da un qualche evento terribile (una guerra nucleare?) in cui solo l'Africa e la Nuova Zelanda, essendo zone di scarso interesse politico, sono rimaste come le conosciamo mentre nel resto del mondo e in special modo negli Stati Uniti gli umani, regrediti e nel peggiore dei casi mutanti, adorano satana e praticano il culto del dolore. In altre zone dell'America invece dominano le scimmie. Il ruolo del protagonista viene affidato ad un botanico proveniente dalla nuova zelanda  e, una volta catturato, cercherà di accaparrarsi le simpatie del clero comandante e si innamorerà di uno dei vascelli (così vengono chiamate le donne, utili solo per la riproduzione e alcuni lavori pesanti). Questa la storia, come dicevo vista e rivista negli anni, ma il taglio grottesco che ne fornisce l'autore è la marcia vincente del romanzo: nella prima parte sono presenti frecciatine al mondo patinato e superficiale di Hollywood mentre nella seconda l'immaginazione va oltre fino a dipingere uno di quei futuri tanto temuti e possibili: l'abbrutimento dell'uomo, la nascita di un clero specularmente opposto a quello di tante religioni attuali (comica è l'usanza di farsi "il segno delle corna") e la paura come strumento di governo sono alcuni dei più efficaci tratti che Huxley utilizza per far riflettere e discutere sulla politica dei suoi anni. Un titolo quindi a mio avviso poco conosciuto ma molto particolare e che merita sicuramente un posto nelle librerie degli appassionati di questo genere.

"Ritorno alla fame. La nuova fame, la grande fame, fame di giganteschi classi proletarie industrializzate, fame di cittadini pieni di soldi, provvisti di ogni comodità moderna, con automobili e radio e qualsiasi ordigno immaginabile; fame che è causa di guerre totali che sono causa di fame anche maggiore."

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Domenica, 11. Dicembre 2011
Il filo del rasoio (1944) di William Somerset Maugham
di letteratura, 11:54



Acquistato in una bancarella di libri usati, questo primo romanzo di Maugham che leggo mi ha piacevolmente folgorato, forse perchè mi aspettavo tutt'altro o comunque qualcosa di più convenzionale. Lo scrittore, narratore delle vicende nelle quali spesso partecipa da osservatore esterno, racconta la storia tra gli anni '20 e i '40 di alcuni personaggi di Chicago: Elliott, amante dell'arte, mercante per passione e frequentatore dei migliori salotti tra Europa e States poi abbiamo Isabel, nipote di Elliot, che conosciamo giovane, fresca come una rosa che debba ancora sbocciare e in procinto di sposarsi con Larry, giovanotto amabile e intelligente, tornato da un paio d'anni dai campi di battaglia della prima guerra mondiale e del tutto non intenzionato a trovare un normalissimo posto nel mondo. E' proprio l'interesse di Maugham nei confronti della coppia a spingerlo a seguire la storia e a raccontarla: per tutto il romanzo, le cui vicende si sviluppano tra Chicago, Londra, Parigi e la costa azzurra, rivediamo questi personaggi e altri di contorno ma non meno importanti vivere le loro vite, ma se vogliamo, lo sguardo malizioso e curioso dello scrittore si ferma sulla storia di Larry. Il giovane rappresenta la voce fuori dal coro; in un America in crescita esponenziale in cui chi si ferma è perduto e la dedizione al lavoro viene vista come un dovere nei confronti del paese la scelta del giovane di dedicare il suo tempo allo studio e alla conoscenza del mondo e della vita in genere risulta bizzarra ma nello stesso tempo coraggiosa. Nello stesso tempo lo scrittore non esprime mai un giudizio sui personaggi, coloro che ai nostri occhi possono sembrare superficiali o meno rappresentativi (come lo stesso Elliott) vengono osservati da Maugham con rispetto e a volte anche con tenerezza: sono tutti, chi più chi meno, sfaccettature di un mondo in continuo cambiamento. Elliott incarna il passato fatto di esteriorità ed eleganza fine a se stessa, Isabel è la giovane che guarda al suo radioso futuro (non meno importante è la figura di Gray esempio dell'americano macina-dollari, ricco e ambizioso, sarà il marito della ragazza e tra i primi a soccombere con la crisi del '29) mentre Larry guarda al presente, cercando di prendere dalla vita qualsiasi cosa riesca a placare la sua sete di conoscenza. Il tutto viene raccontato con una maestria unica, i dialoghi - nei quali si delineano perfettamente le caratteristiche dei personaggi - si alternano a parti più descrittive, lasciando parlare il contesto del momento come i bistrot parigini e la loro  vitalità fanno da sfondo a lunghe discussioni o la rievocazione delle avventure di Larry in India. Un romanzo questo che può essere apprezzato da chi gradisce di solito storie imbellettate e ambientate nel mondo patinato dell'alta società con protagonisti belli eleganti e tormentati ma anche da chi cerca quel qualcosa in più che stimoli la riflessione e voglia affrontare discorsi meno concreti e più assoluti.

"Vorrei poterti far vedere quanto sia più piena di qualunque vita che tu possa immaginare, quella che ti offro. Vorrei poterti far capire com'è inebriante e ricca di esperienza, la vita dello spirito. "

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Mercoledì, 19. Ottobre 2011
Lolita (1955) di Vladimir Nabokov
di letteratura, 17:58



Incappato per caso in questo romanzo, ormai un classico del secolo scorso, ne esco piacevolmente colpito pur avendo faticato, per motivi personali, nel portare a termine la lettura. Il racconto in prima persona, lasciato come memoriale durante la sua permanenza in carcere, del professor Humbert è un viaggio appassionato e delirante che cerca di illustrare la sua ossessione per la piccola Dolores Haze detta Lolita. Humbert racconta infatti come gli amori e le avventure della sua vita siano sempre stati all'inseguimento della tredicenne Annabelle con cui ebbe la sua prima esperienza da ragazzo: Lolita è solo il coronamento di una ricerca lunga anni e poco importa che Humbert adesso sia un uomo e Lolita poco più di una bambina. Agli occhi del protagonista Lo (come spesso la chiama lui) è l'ggetto del desiderio, è colei che con ogni gesto riesce a trasmettere la giusta emozione e a renderlo felice. Il fatto che per starle vicino Humbert si riduca a sposare sua madre è solo secondario, avrà modo infatti di poter vivere un'avventura on the road con la piccola e decisamente poco "innocente" Lolita. La parte più interessante del racconto è il viaggio dei due attraverso gli Stati Uniti, un viaggio senza meta fatto di colpi di testa, lunghe pause e momenti filtrati dal ricordo di Humbert, decisamente delirante e allucinatorio: è Lolita veramente la bambina spregiudicata che si ferma a parlare con qualsiasi adulto sconosciuto o più semplicemente la vittima del rapimento da parte di un pedofilo voyeur pseudointellettualoide? Nell'ultima parte, la resa dei conti prevede forse una presa di coscienza degli errori da parte di Humbert ma la vendetta (nei confronti di Lolita? di colui che gliel'ha portata via? verso se stesso?) verrà comunque portata a termine. Un libro quindi decisamente interessante, al di là delle censure e polemiche per la tematica affrontata e per gli anni in cui è uscito, scritto in modo elegante e appassionato nella forma a me particolarmente gradita del racconto di viaggio in cui il protagonista, pur essendo quello che è, suscita da subito simpatia.


"Ti prego lettore...Immaginami; non esisterò se non mi immaginerai; cerca di discernere in me la cerbiatta, tremante nella foresta delle mie stesse iniquità; lasciati andare, persino, a un breve sorriso. In fin dei conti, a sorridere non c'è nulla di male."

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Giovedì, 06. Ottobre 2011
Il giorno della civetta (1961) di Leonardo Sciascia
di letteratura, 13:21



Ho letto questo libro per la prima volta a scuola nei primi anni delle superiori. Come tutti i libri letti in quel periodo mi scivolò addosso senza troppo entusiasmo tanto che fino a pochi giorni fa non ricordavo praticamente nulla della trama.
Ma questa seconda lettura ha lasciato in me una traccia ben più profonda di quanto non abbia fatto in precedenza.
L'autore, Sciscia, è un siciliano e in quanto tale ha avuto come punti di riferimento letterari altri due suoi coisolani illustri, Verga e Pirandello; se dal primo ha ereditato la passione per temi fortemente siciliani, come la mafia appunto, del secondo le frequenti iperboli che scongiurano il rischio di un troppo accentuato "verismo".
Il racconto ruota intorno ad un inchiesta ambientata in Sicilia dove, come solitamente accade nelle opere di questo autore è coinvolta la mafia. Anche qui, come nel "Pasticciaccio brutto di via Merulana", ci troviamo di fronte all'utilizzo di un genere letterari specifico come quello poliziesco ma per scopi più alti che non siano quelli del semplice intrattenimento.
Il libro non è più lungo di 120 pagine pur avendo una struttura abbastanza complessa e questo ci fa capire di come l'autore abbia fatto una grande opera di limatura sulla narrazione. Sono presenti infatti solo gli elementi fondamentali della storia e solo gli avvenimenti strettamente necessari al lettore per poter capire al meglio le vicende. Questa estrema sintesi conferisce al racconto un ritmo serrato il quale unito con i frequenti monologhi anonimi dei mafiosi rende il tutto altamente interessante e avvincente.
Quello che più colpisce e più fa riflettere in tutto il romanzo sono i monologhi interiori del capitano Bellodi e le già citate telefonate anonime. Credo che il coraggioso capitano sia una trasposizione letteraria dell'autore stesso: l'opposizione alla mafia, l'elevato grado di cultura spesso esibita nel racconto dal capitano e non per ultimo il comunismo, vissuto nel libro non come esigenza politica ma più che altro come unica contrapposizione alla mentalità fascista
Per quanto riguarda invece le telefonate anonime, queste rappresentano un contrappunto continuo alle indagini. Se analizziamo l'indagine nelle prime 70-80 pagine tutto scorrerebbe in maniera molto lineare: viene uccisa una persona, vengono fatte le indagini, si arriva molto velocemente a capire chi sono i maggiori responsabili e si arriva anche abbastanza facilmente a incastrare i colpevoli. Siamo ben lontani dal giallo anglosassone tutto enigmi ma proprio queste telefonate: equivoche, misteriose, potenti, conferiscono al libro grande profondità. E' questo l'intelligente espediente letterario per rendere il tutto molto più avvincente. Si intuisce che dietro gli interlocutori si nascondono personaggi potenti ma non si capisce a fondo quale è la vera forza di queste telefonate. Fino alla fine non sarà chiaro come si andranno ad unire quelle che sono due storie parallele, un'indagine effettiva e una contro-indagine di fatto.
Dal punto di vista narrativo questo canone proposto è molto interessante con un finale a sorpresa riuscitissimo, sarebbe però un errore fermarsi a tessere le lodi di questo libro solo per quella che è la forma utilizzata. Il libro offre molto di più, regala uno spaccato profondo della Sicilia e della mentalità mafiosa; per niente scontato; permettendo in tal modo, di poter essere capita sia dal "continentale" lontano da determinate logiche sia chi determinate logiche è costretto a viverle giornalmente.
La critica più facilmente amovibile nei confronti dell'opera può essere una certa arretratezza nei confronti della trattazione del problema mafioso, oggi molto più complesso e articolato e con molto meno senso dell'onore di quanto non traspaia ne “Il giorno della civetta”. Queste critiche sono innanzitutto, vere a posteriori, ricordiamoci sempre l'anno di pubblicazione: 1961, il problema mafioso era sottovalutato quando addirittura negato, il libro rappresentava quindi una viva e cruda denuncia politica sociale e culturale del meridione e non solo. Il merito dell’autore non può essere limitato alla semplice contestualizzazione storica del testo. Sciascia va ben oltre, anticipa e denuncia un fenomeno, quello dell’ingerenza mafiosa nella politica con almeno 30 anni di anticipo, piaga con la quale l’Italia ancora sta facendo i conti.
Un libro a lunghi tratti piacevole e divertente con un finale amaro che fa a lungo pensare alla situazione del Sud e Italiana più in generale, consigliato veramente a chiunque. Un libro che più di ogni altro mi ha mostrato la capacità della letteratura di descrivere uno spaccato della realtà e di farlo rivivere e capire al lettore. Un nuovo fulgido esempio di come anche la letteratura di genere possa essere letteratura d’autore.

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Giovedì, 01. Settembre 2011
Camerata Topolino (2001) di Alessandro Barbera
di letteratura, 15:57


Come ho già avuto modo di sottolineare in vecchie recensioni sono un appassionato di fumetti, ciò spiega il mio interessamento nei confronti di questo libro. Inoltre qualche giorno prima con un amico era capitata proprio una discussione sul significato politico del famoso topo e la lettura del libro mi è sembrata un ottima occasione per approfondire un argomento che è sicuramente meno scontato di quello che potrebbe sembrare.
Inizio dal titolo, dicendo che è quanto di più forviante si sia potuto trovare, quel "Camerata" offre indizi sbagliati sul contenuto del saggio, richiamando alla mente troppo facili luoghi comuni su un ipotetica natura nazi-fascista del topo più famoso del mondo.
Leggendo il libro è subito chiaro di come la visione dell’autore sia completamente diversa se non addirittura diametralmente opposta rispetto a quanto il titolo possa far immaginare, basti pensare che la figura centrale non è Topolino bensì il suo autore Walt Disney.
Camerata Topolino è diviso in due macro parti: nella prima viene ripercorso tutto il pensiero critico su Disney degli ultimi 50 anni, mettendo bene in evidenza gli errori di valutazione in cui sono occorsi molti critici anche tra i più blasonati. Nella seconda parte l’autore esegue una critica personale sul fenomeno Disney risultando molto convincente e sicuramente più ispirata di altre.
La cosa che colpisce di più nella prima parte è di come l’appartenenza politica dei personaggi in questione sia stata fin troppo spesso strumentalizzata; emblematica è in questo caso l’analisi della figura di Paperino, fatta da critici che partendo dalle più disparate osservazioni lo hanno collocato a volte a destra altre volte a sinistra, come una sorta di contrapposizione a Topolino. L’autore mette in evidenza come spesso le valutazioni siano state fatte senza alcun approfondimento specifico dimenticando che spesso non era Walt Disney l’autore delle storia, soprattutto per quanto riguarda la produzione fumettistica.
La seconda parte è sicuramente quella più interessante di tutto il libro. L’analisi di Barbera è molto più specifica e puntuale di altre, offrendo tutta una serie di punti di vista sicuramente alternativi e molto interessanti. Non viene sciolto il luogo comune di un Disney simpatizzante delle ideologie fasciste ma ne viene data una rilettura molto più matura e apolitica. L’autore puntualizza inoltre su come Disney si sentisse più che altro un regista, centrando così il lavoro critico sui prodotti cinematografici firmati da quest’ultimo. Proprio da questo punto di vista l’autore ci svela la passione per l’occultismo di Disney, passione questa che permette di capire meglio le iniziali simpatie per il nazi-fascismo senza giustificare la collocazione fascista o nazista del suo pensiero politico. Riscopriamo quindi un personaggio legato all’America, fortemente conservatore, ma il cui interesse non era quello di mettersi al servizio della cosiddetta "american way of life" di cui ne prese in più occasioni le distanze, era altresì quello di offrire all’America una sua misticità, una sua tradizione, tanto presente in Europa quanto carente nella giovane America.
In conclusione posso dire di essermi trovato di fronte ad un libro veramente interessante capace di allargare i miei punti di vista su un argomento meno scontato di quanto sia nell’immaginario comune.
Ribadisco tuttavia la mia perplessità sul titolo scelto, anche se visto l’editore, posso immaginare, con una certa malignità, un’operazione commerciale ammiccante verso un pubblico sinistroide indubbiamente più affezionato a Stampa Alternativa.

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Mercoledì, 27. Luglio 2011
La città sostituita (1957) di Philip K. Dick
di letteratura, 18:30



Non credo, ma soprattutto non voglio presentare un autore che non ha bisogno di presentazione: Philip K. Dick è infatti uno dei massimi esponenti della fantascienza di tutti i tempi nonché la punta più alta della fantascienza moderna.
Preferisco dilungarmi maggiormente sugli aspetti “storici” del racconto in questione, la città sostituita scritto nel 1957, rappresenta insieme all’altro racconto, L’occhio nel cielo, il punto di partenza di quella che sarà poi la narrativa più classica dell’autore. Una versione ridotta dello stesso era poi stata pubblicata già nell’anno precedente su una rivista di settore, come era consuetudine in quegli anni.
Classificare il racconto come fantascienza è sicuramente riduttivo e forviante: gli elementi più classici del genere sono infatti assenti sostituiti invece da un’ambientazione a tratti surreale e che in più di qualche occasione ricorda da vicino le atmosfere che si respiravano con la serie cult “Oltre i confini della realtà”.
La protagonista della storia, ancor più che il sig. Ted Barton, è Millgate, piccola cittadina della provincia americana. Qui ritroviamo un tema che sarà poi caro all’autore, ma che in generale si ritrova spesso nella letteratura e più in generale nell’immaginario americano. La piccola cittadina dispersa nella campagna, mal collegata dalle infrastrutture tanto da risultare praticamente isolata, viene qui nobilitata dalla propria funzione di “campo di battaglia cosmico”, come se l’autore volesse ridare dignità al paesino disperso, inserendolo in un disegno universale rompendo così prepotentemente l’atavico isolamento.
Pur essendo un romanzo praticamente d’esordio, ritroviamo il forte simbolismo che poi caratterizzerà la produzione futura dell’autore.
Tralasciando la parte simbolica che sicuramente è maggiormente sviluppata in romanzi più maturi, mi piacerebbe invece analizzare meglio la componente magico/mistica presente in maniera preponderante. Lo scontro delle due divinità, una creativa e l’altra distruttiva, richiama fortemente visioni religiose orientali, pensiamo allo yin e yang, l’equilibrio dato dalla contrapposizione di due forze opposte. E’ evidente quindi una forte attrazione dell’autore verso visioni cosmiche diverse da quelle cattoliche e occidentali. Si può notare anche una certa maturazione su questo tipo di tematiche con lo scorrere del libro stesso; inizialmente pare che la contrapposizione sia molto più banale e classica, riducendosi ad un semplice scontro tra cattivi e buoni, nel concitatissimo finale l’autore si riprende, ritrovando una visione più ampia dello scontro, viene superato finalmente il giudizio morale riconoscendo pari dignità alle due forze contrapposte essenziali per l’equilibrio stesso dell’universo.
Per gli appassionati di fumetti è possibile notare una forte somiglianza tra la visione cosmica di Dick e quella dell’universo Marvel, soprattutto per quanto riguarda le “saghe cosmiche”. Impossibile non notare la stretta somiglianza tra gli avatar rappresentanti le forze dell’universo Marvel e i due Ahriman e Ormazd.
Prima di concludere vorrei porre l’attenzione sui golem utilizzati da Peter, nuovamente l’autore attinge a tradizione distanti da quella americana, in questo caso di est europeo. Si nota però già l’interesse verso i simulacri dell’uomo che verranno sostituiti nelle produzioni successive dai più tecnologici robot.
In conclusione un libro godibilissimo con non pochi spunti interessanti, assolutamente non banale pur essendo l’opera giovane di un grandissimo scrittore.

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Sabato, 16. Luglio 2011
Dexter il Vendicatore (2004) di Jeff Lindsay
di letteratura, 12:36



Ho letto questo libro da appassionato della serie televisiva americana "Dexter" e curioso di vedere da dove tutto fosse nato. Va chiarito subito che lo svolgimento della storia è abbastanza diverso da quello che ci viene presentato nella prima stagione della serie, ma le caratterizzazioni dei personaggi ci sono già tutte. Il protagonista, Dexter, narratore in prima persona delle vicende, è un ematologo consulente della polizia di Miami che nasconde un segreto: a volte di notte sente il bisogno di uccidere, uccidere coloro che "meritano" di essere uccisi secondo quanto Harry, suo padre adottivo e poliziotto, gli ha insegnato.  Dexter ci dice infatti che Harry fu l'unico a capire cosa c'era che non andasse nel piccolo Dexy e lo aiutò ad incanalare questo bisogno ossessivo e a sfogarlo nei confronti di criminali che erano sfuggiti alla legge. Oltre a ciò Dexter si descrive come un essere non umano,non nel senso extraterrestre del termine ma in riferimento al fatto che non è in grado di provare emozioni ovvero ciò che rende "umane" le persone: la sua vita è una messa in scena in cui studia gli atteggiamenti degli altri e cerca di creare una versione socialmente accettabile di sè affinchè nulla di strano salti agli occhi degli altri. Il suo lavoro, la sua vita sentimentale (si frequenta da un po' con Rita), il rapporto con i colleghi sono delle interfacce che lui mantiene in piedi con maestria per allontanare tutti dal Passeggero Oscuro che vive dentro di lui; il tutto fino a quando un serial killer non inizia a seminare il panico a Miami e a stuzzicare lo stesso Dexter coinvolgendolo in un gioco estremo che scaverà nel suo passato. Gli elementi quindi per un bel romanzetto noir ci sono tutti: la descrizione dei fatti ironica e senza peli sulla lingua del nostro protagonista, l'ambientazione poliziesca (anche la sorella di Dexter è un agente), i personaggi di contorno ben definiti ne completano la confezione di un buon prodotto che ha avuto anche altri seguiti su carta. Il confronto con la serie televisiva va fatto fino ad un certo punto: siamo di fronte a due tipi di espressione artistica e di linguaggio molto differenti e quello che c'è di diverso nella serie deriva sicuramente da scelte imposte dalla tempistica di un prodotto che va "servito" a puntate. La cosa migliore, a mio avviso, che emerge sia dalla serie che dal libro è il personaggio di Dexter, più che lo svolgimento vero e proprio dell'azione: il protagonista è perfetto nei suoi incubi, nel suo modo molto umano se vogliamo di non provare sentimenti, nel passato che sta dietro ad ogni sfaccettatura del suo carattere e nell'umorismo con cui condisce i racconti delle sue malefatte. Consigliato a tutti gli amanti del thriller contemporaneo tinto di Noir.

"Che lo volessi o no, il suo chiamarmi Dexy ci riportò indietro a Harryland, un luogo in cui la famiglia contava e certi doveri erano reali quanto una schiera di prostitute senza testa. Che cosa potevo dire?"

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Venerdì, 08. Luglio 2011
Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici (2007) di Piergiorgio Odifreddi
di letteratura, 10:10


Non è facile recensire un libro di questo tipo per molte ragioni: primo, non si tratta di un romanzo bensì di un saggio; secondo, il tema trattato e talmente delicato, personale e soggettivo da rendere una critica oggettiva praticamente impossibile; terzo, se una critica oggettiva è impossibile è altresì impossibile parlare di un libro del genere senza divagare in considerazioni o pareri del tutto personali.
Dopo aver fugato ogni dubbio sul carattere particolare di questa recensione, posso procedere con un’altra dovuta precisazione ovvero che sono ateo e che quindi in linea teorica il mio pensiero dovrebbe essere molto più vicino a quello dell’autore di quanto in realtà non sia.
Perchè parlo di linea teorica e non di linea pratica: semplicemente perché esco dalla lettura di questo libro completamente deluso e insoddisfatto, senza aver peraltro trovato alcun punto in comune con la visione religiosa dall’autore che appare troppo spesso più ottusa di quanto non ci si possa aspettare da un "matematico impertinente" come si ama definire.
Il libro non è altro che un insieme di informazioni più o meno storiche, fornite in parallelo alla lettura dei passi più significativi della Bibbia. Si parte dall’Antico Testamento fino ad arrivare alle Lettere degli Apostoli.
Trovo veramente superflua e forzata tutta la parte sull’Antico Testamento, i cui racconti non possono essere presi alla lettera, ne credo ci sia nessuno che, con un minimo di scolarizzazione sia disposto ad accettarle come verità scientifiche. Non serve un luminare della matematica per aver seri dubbi sulla creazione del mondo, sul paradiso terrestre, su Caino e Abele o su qualsiasi altra tipo di storia si voglia prendere in considerazione. Quello che mi domando è quale tipo di credente uscirebbe scosso dalla lettura di un capitolo del genere? Beh credo proprio nessuno, a parte il dettaglio storico non c’è nulla di nuovo all’orizzonte, nessuna fede sarà scossa. La seconda cosa che mi domando e poi quale ateo sarà scosso o potrà trarre spunti interessanti per la propria convinzione religiosa? Purtroppo anche in questo caso devo rispondere nessuno. Un ateo già fermo sulla propria posizione non trarrà assolutamente nulla di nuovo dalla lettura di queste pagine, forse qualche aneddoto interessante per eventuali battibecchi da bar ai quali il nostro autore sembra rifarsi, quando tenta dell’ironia dissacrante che sinceramente non ha incontrato affatto il mio gusto.
Ho trovato invece la parte sul Nuovo Testamento molto più interessante. Ho sempre incontrato difficoltà ad effettuare una critica seria e sensata sul mistero della trinità, considerando che quest’ultima è di difficile spiegazione anche per i cattolici stessi. Qui finalmente ci viene in auto il libro e il suo autore che, con una serie di argomentazioni prettamente logiche, mette in evidenza controsensi e irrazionalità non facili da cogliere senza una mente particolarmente lucida e preparata.
In questa parte l’autore da il meglio di se, mostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che il suo campo di attività non è la storia o la filosofia bensì la, per lui più congeniale logica matematica, nella quale riesce ad essere finalmente distaccato e freddo, come la trattazione di qualsiasi materia a livello scientifico richiederebbe.
Stimolante risulta anche il parallelo tra cattolicesimo e altre dottrine cristiane diverse dalla realtà italiana. Personalmente trovo questo aspetto sia poco rilevante per un ateo dal punto di vista filosofico religioso, ma di certo non si può dire che non sia un buon bagaglio culturale da avere a disposizione. Anche qui purtroppo la solita pecca dell’autore che non smette di ridicolizzare chiunque abbia un idea diversa dalla sua con la solita aria di superiorità e di sberleffo troppo spesso vista sulla faccia di questi pseudo intellettuali.
In conclusione, non posso di certo dire di aver gradito questo libro, lo ritengo fondamentalmente un libro nozionistico, spacciato come libro rivoluzionario ma che di rivoluzionario in fondo, non ha proprio nulla.
Traspare troppo, e troppo spesso quella rabbia irrazionale che accompagna intellettuali di sinistra nei confronti della religione, purtroppo questo atteggiamento non fa altro che far apparire le loro opere e loro stessi: poco affidabili, poco razionali, poco interessanti e soprattutto troppo spesso poco rispettosi degli altri.
Se un’indagine storica si voleva fare allora i mezzi da utilizzare erano quelli dello storico, non quelli della satira, non quelli della critica, non quelli di altre materie poco attinenti. L’autore ha dimostrato di non voler utilizzare tali strumenti e probabilmente di non possederli.

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Lunedì, 23. Maggio 2011
Belli e dannati (1922) di Francis Scott Fitzgerald
di letteratura, 15:43



Finito di leggere il suo per me terzo romanzo, posso affermare che Francis Scott Fitzgerald sia uno dei miei scrittori preferiti: si confermano infatti tutti gli elementi che mi avevano convinto ne "Il grande gatsby" e"Dii qua dal paradiso" ovvero lo stile inconfondibile (la sua cosiddetta "allusività magica"), la vicenda quasi paradigmatica e l'ambientazione struggente e affascinante. Antony Patch, un giovane appena uscito da Harvard disilluso e viziato, conta di fare la bella vita della New York del secondo decennio del novecento, sperperando la rendità familiare e contando sull'eredità del ricco e conservatore nonno che tarderà a finire nelle sue mani. Accanto a lui, Gloria Gilbert, bellissima ragazza senza valori, diventerà sua moglie e lo seguirà in questa parabola logorante e discendente per la ricerca di una felicità. Il mondo dipinto da Fitzgerald è rovinato dal desiderio di ricchezza che si insidia nei protagonisti: la nuova generazione è lontana dalle fatiche del lavoro, ma pronta a dare feste in casa tutte le sere, è immersa nell'alcool (siamo negli anni del proibizionismo) e nella superficialità dell'estetica come unico metro di paragone tra gli uomini. Rimane comunque difficile non simpatizzare per i protagonisti e soprattutto per Antony, il suo tentativo ingenuo e innocente di iniziare a scrivere una monografia sul rinascimento, appena uscito dall'università, viene sbaragliato dai dettami di una società che Fitzgerald conosce profondamente e verso cui sembra puntare il dito: dopotutto Antony cerca solo un posto nel mondo, insicuro, certo solo di un'eredità che crede gli spetti di diritto, si appiglierà a questo con tutte le sue forze, deteriorando se stesso e il suo rapporto con Gloria, distrutta anch'essa e priva della sua bellezza giovanile. Nei lunghi dialoghi tra Antony e i suoi amici (Maury e Dick) l'autore fa passare le proprie riflessioni sul valore della letteratura contemporanea, la politica, la prima grande guerra e l'avvento del proibizionismo: sembra che la figura del dandy di fine secolo non abbia in quegli anni alcun futuro; il forte realismo della guerra - che unisce tutti gli uomini nelle fila dei battaglioni - e il potere amorale e incessante del denaro, dio senza valori e fondamento della nuova società statunitense, taglieranno le gambe a personaggi come Antony e Gloria, belli e dannati che cercano la felicità e il successo senza fare nulla per procurarselo.


Gli occhi di lei parvero guardarlo da molti millenni: qualsiasi emozione potesse aver provato, qualsiasi parola potesse aver pronunciato, sarebbero sembrate inopportune accanto all'opportunità del suo silenzio, ineloquente a contrasto con l'eloquenza della sua bellezza...e del suo corpo stretto a lui, snello e fresco

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Venerdì, 29. Aprile 2011
Cecità (1995) di José Saramago
di letteratura, 10:47



Esco completamente colpito e piacevolmente sorpreso dalla lettura di questo romanzo, opera del premio Nobel José Saramago. Non conosco bene nè l'autore nè il suo contesto e quindi riferirò brevemente solo la trama e ciò che mi è rimasto. "Ensaio sobre a cegueira" (saggio sulla cecità) è il titolo di questo romanzo che racconta quella che possiamo definire un'epidemia di cecità: in una città qualunque in un mondo a noi contemporaneo (?) un uomo con la sua auto ferma al semaforo rosso diviene improvvisamente cieco; quello che inizia come un fenomeno isolato diviene via via un'epidemia contagiosa e che costringerà il governo del paese a rinchiudere i contagiati in un ex manicomio per contenere la diffusione del "male bianco". Gran parte della vicenda si svolgerà all'interno di questo luogo dove i protagonisti ( di cui non sapremo mai i nomi) vivranno e subiranno le peggiori situazioni che un'umanità degradata possa concepire. E' interessante come l'autore utilizzi in modo intelligente come strumento narrativo il personaggio della "moglie del medico", unica persona che non ha perduto la vista e che, grazie appunto ai suoi occhi, riesce a far vivere al lettore gli abominii che avvengono quando tutta l'umanità non riesce a vedere. Il romanzo è una lunga riflessione sulla natura dell'uomo, su come la mancanza improvvisa di un senso o comunque di un elemento quotidiano possa ridurre l'uomo allo stato animale, ma anche come sia facile nello stesso tempo riscontrare queste aberrazioni nella vita di tutti i giorni: l'indifferenza, la violenza, la mancanza di rispetto, l'oscenità, la paura, sono comunque parte purtroppo della vita dell'uomo e un'epidemia di cecità non può far altro che rendere ancor più "visibile" quanto di sbagliato dovrebbe già essere sotto gli occhi di tutti. Per ciò che riguarda lo stile posso dire che sia molto originale, costituito dall'assenza di punteggiatura nei discorsi diretti, tipico dell'autore e in questo caso si adatta perfettamente al tipo di storia raccontata, fa pensare inoltre che siano delle memorie scritte appunto da un ..cieco. La narrazione, altro dato molto particolare secondo me, ha un tono moraleggiante che rasenta gli insegnamenti biblici: non è raro riscontrare considerazioni del narratore che fanno riferimento a proverbi o commenti che ricordano lo stile delle parabole del vangelo; è come se il libro voglia essere un testo sacro che permetta ai futuri lettori di capire quanto possa arrivare in basso l'umanità e quanto difficile sia invece mantenere il punto del proprio essere. 
Lettura consigliata ovviamente.


"Adesso non c'è altra musica all'infuori di quella delle parole, e le parole, soprattutto quelle dei libri, sono discrete, anche se la curiosità spingesse qualcuno del palazzo a mettersi in ascolto dietro la porta, costui non sentirebbe altro che questo mormorio solitario, questo lungo filo di un suono che potrebbe prolungarsi all'infinito perchè i libri del mondo, tutti insieme, sono come sia dicono l'universo, infiniti."

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Lunedì, 18. Aprile 2011
La rivincita di Capablanca (2008) di Fabio Stassi
di letteratura, 23:29

Ecco un libro che consiglierei veramente a tutti, scritto bene, interessante e particolarmente avvincente. Prima di tutto qualche premessa, Capablanca è un campione del mondo di scacchi realmente esistito, cubano di nascita ha giocato nei due periodi divisi dalla seconda guerra mondiale. La mia passione per gli scacchi mi porta a conoscere in maniera più approfondita il personaggio, come tutti gli appassionati mancando di un vero talento ci si appassiona degli aspetti accessori del gioco, era un novello Rodolfo Valentino eccelleva negli scacchi come in molti altri sport, la sua immagine era ben lontana dallo stereotipato misantropo dello scacchista classico.
Altro personaggio principale del romanzo è, il sempre realmente esistito, Aleksandr Aleksandrovic Alechin, russo di adozione francese, una vita molto complicata tanto da far intravedere numerose turbe psichiche, viveva di scacchi in tutti i sensi tanto da costituirne per lui una vera e proprio ossessione, ricordato soprattutto per le sue teorie innovative su apertura e mediogioco.
Alechin e Capablanca si scontrarono in numerosi tornei dove ne uscì per la maggior parte delle volte vincitore Capablanca, in maniera del tutto inattesa però Alchin vinse lo scontro per il titolo di campione del mondo senza mai dare la rivincita al Cubano.
Il racconto prende le mosse, è proprio il caso di dire, da questa rivincita mai concessa ma sempre inseguita e agoniata inutilmente dal Cubano. Si presenta come una lunga introspezione, durante uno degli incontri di avvicinamento a questa rivincita, introspezione che porterà il lettore a rivivere tutta la vita del campione attraverso i suoi ricordi. Alechin sarà sempre descritto come il grande nemico ma la sua descrizione giungerà sempre come qualcosa di filtrato di soggettivo rispetto a Capablanca, la nemesi che Alechin rappresenta è del tutto personale al protagonista e non avremo mai la possibilità di sapere il suo di punto di vista.
Ho sempre apprezzato poco libri e film sul tema degli scacchi che non siano prettamente tecnico; troppo spesso chi se ne occupata tende a mistificare il gioco, il lato simbolico attrae moltissime persone che troppo spesso ne trascurano il lato pratico. Fin dalle prime pagine di questo libro invece si capisce che lo scritto conosce la materia di cui si parla, sa quali sono le emozioni che può suscitare una partita. Con notevole maestria mescola termini tecnici che piacciono allo scacchista ma non entra in particolari che potrebbero confondere il non giocatore.
Il libro riesce a portare avanti uno dei paralleli più comuni, più semplici e aimè anche più sprecati della letteratura: quello tra la grande battaglia che è innegabilmente rappresenta la vita e una partita la battaglia che invece avviene sulla scacchiera. La grande novità è che Stassi riesce benissimo in questo suo intento i ripetuti flashback del campione con nozioni elementari di strategia scacchistica permettono di delineare in maniera perfetta il carattere, sicuramente molto romanzato, di questo Cubano.
La contrapposizione che l'autore mette in mostra non è solo la contrapposizione tra due individui, c'è qualcosa di molto più profondo che li divide. Sono due diversi modi di vedere la vita, di concepire il successo; o forse se vogliamo sposare l'aforisma che, descrive gli scacchi come l'arte celata sotto forma di gioco allora cui si scontrano due forme diverse di concepire l'arte: Capablanca con la sua con la sua pulizia di gioco, con la sua linearità, non è altro che la forza dell'eleganza classica del bello in quanto piacevole per se e per gli altri; Alechin, di contro, con il suo estro, con la naturale capacità di guardare oltre, di rompere gli schemi di non accettare nulla di precostituito rappresenta benissimo l'urto dell'avanguardia Moderna.
La rivincita di capablanca non è soltanto un romanzo psicologico, è ricco di momenti descrittivi, si respira una calma una pacatezza nella descrizione di cuba che mi ha ricordato spesso il sud di Niccolo Ammaniti, quel caldo che rallanta i movimenti ma che li rende più piacevoli. C'è molta sicilia in questa cuba.
L'inseguimento del riscatto personale di un campione che, in fondo, non aveva nulla da dimostrare a nessuno, rende il libro uno splendido affresco sulla condizione umana intesa come evoluzione, inseguimento. Inseguimento che però non è dato dal destino e che può non giungere a compimento rendo la vita anche profondo dramma.
Concludo solo complimentandomi e ringraziando l'autore Fabio Stassi di un così magnifico libro.

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Sabato, 02. Aprile 2011
Orlando (1928) di Virginia Wolf
di letteratura, 13:57



E’ passato molto tempo dalla mia ultima recensione e questo per un solo ed unico motivo: ho impiegato sei mesi per leggere completamente questo libro.
La lettura di Orlando rientrava in un progetto di lettura intrapreso dalla biblioteca della mia città, nel caso specifico l’argomento era la letteratura al femminile, per questo mi sono ritrovato tra le mani il testo di Virginia Wolf.
Ammetto che tutto mi sarei aspettato tranne che un testo così complesso, sia nell’elaborazione della trama sia nel linguaggio utilizzato.Bisogna prima di tutto fare una premessa di carattere storiografico sul libro, il personaggio di Orlando è costruito sulla figura di Vita, donna della quale Virginia era profondamente innamorata, tale libro va quindi prima di tutto inquadrato e letto come una sorta di lunga lettera d’amore nato da pulsioni più passionali e personali che non artistiche. Leggere un libro di questo tipo senza (per quanto l’onniscente Wikipedia mi sia venuto in soccorso) una profonda conoscenza biografica non permettere di cogliere fino in fondo le numerose sfumatore presenti, lasciando spesso il lettore di fronte ad un forte senso di smarrimento. Tali precisazioni sono dovute, soprattutto per poter giustificare eventuali mancanze nella comprensione più profonda del libro.
Arrivando alla trattazione più mirata del libro, non si può non notare come lo svolgimento della trama sia legato in maniera indissolubile, alla sessualità della scrittrice e a quella della destinataria del libro. La trovata di far cambiare, a circa metà libro, la sessualità del protagonista permettere di poter sviluppare tutta una serie di considerazioni che sicuramente, parliamo degli anni trenta, non erano di facile trattazione diretta; ecco quindi lunghi monologhi nulla strana situazione che Orlando si trova a vivere, ritrovarsi nel corpo di una donna e ragionare da uomo; e sempre più avanti in una sorta di scatole cinesi della sessualità, saper di essere stato uomo ma trovarsi meglio nelle vesti di una donna. La Wolf riesce così a trattare il tema dell'omosessualità senza di fatto accennarne minimamente donando al tema una delicatezza che spesso nelle trattazioni moderne spesso manca. Sono ricorrenti i monologhi introspettivi grazie ai quali Virginia Wolf esprire le proprie riflessioni su numerosi temi e probabilmente su particolari contraddizioni vissute da lei stessa, come già detto, sulla propria sessualità ma anche sul rapporto tra letteratura moderna e classici, sulla nascita di una certa industria culturale, che è vero verrà teorizzata qualche decennio dopo ma di cui Virginia ne denuncia già alcune storture denunciandone la proprio non appartenenza. Di questi temi trattati quello che sicuramente mi ha colpito di più è un monologo, dove non manca di certo l'ironia, sulla figura femminile del proprioi tempo; quello che colpisce è la lucidità dell'osservazione e la denuncia anche di un certo atteggiamento rinunciatario da parte delle donne più che scagliarsi contro il solo mondo maschile.
Per quanto riguarda il linguaggio utilizzato qui siamo in piena avanguardia, ci sono una miriade di sperimentazioni diversi all'interno del romanzo, tanto da risultare in alcuni tratti fin troppo eterogeneo anche se rimane la parte da me più apprezzata. La prima cosa che ho notato è la forte influenza delle torie freudiane; la spiegazione fin troppo esasperata di ogni comportamento umano con meccanismi di causa/effetto tutti psicolgici, la volonta di sondare la psiche di Orlando (come a voler rimanrcare di nuovo lo stretto legamene empatico con la propria amante). Anche la voce narrante abbatte spesso quello che nei fumetti è definito il quarto muro, parlando direttamente con i lettori e intraprendendo un discorso diretto con loro nella consapevolezza di trovarsi in un romanzo. Nel finale del romanzo si assiste anche ad un esempio di flusso di conoscienza molto vicino alla sperimentazione di Joyce nel suo Ulisse.
Per concludere devo ammettere che finendo il libro ho tirato un sospiro di sollivo, la lettura mi era diventata veramente pesante, la sensazione di leggere qualcosa che nasconda dell'altro senza però poterlo capire e senza poterlo afferrare del tutto. La curiosità di leggere una storia particolare di trovarsi di fronte alla sperimentazione più azzardata del novecento spesso lascia lo spazio alla noia; forse non è questo il libro più indicato per poter essere inziati alla lettura di una grande della letturatura come Virginia Wolf.

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Martedì, 02. Novembre 2010
Dieci Piccoli Indiani (1939) di Agatha Christie
di letteratura, 08:39


Questo romanzo si presenta già dalla trama come il paradigma del giallo classico: un gruppo di persone riunite da un misterioso ospite in un luogo isolato, vittime ad uno ad uno di un piano diabolico per eliminarle. Da amante del genere non potevo non apprezzare il libro, ogni elemento viene fornito nel modo più semplice ed elegante, senza lunghe descrizioni che appesantiscono ma conferendo la giusta caratterizzazione a luoghi e protagonisti. Nel corso dello svolgimento vengono offerti al lettori vari punti di vista, diversi a seconda del personaggio in modo da non permettere la risoluzione dell'enigma e non favorire nessuna ipotesi rispetto ad altre: ci si lascia trascinare in questo gioco al massacro secondo un ritmo in crescendo che viene bilanciato appunto dalle riflessioni degli ignari (tutti lo sono?) protagonisti. Altro elemento che ho gradito è stato la scelta dell'ambientazione; la vicenda si svolge infatti in una villa che si trova su un piccolo isolotto disabitato a circa un miglio dalla costa: questa soluzione è molto utile per circoscrivere l'enigma e aumentare le dinamiche psicologiche dei personaggi, il senso di abbandono e nello stesso tempo la possibilità di controllare entro lo spazio circoscritto dell'isola le mosse di un assassino che però, rimane sempre un passo avanti a loro. In tutto ciò non ho mancato di notare come la violenza e scene esplicitamente violente siano escluse dalla narrazione: sembra quasi che l'autrice prediliga la violenza psicologica nei confronti dei protagonisti rispetto alla descrizione di alcune delle morti efferate che avvengono nell'isola: l'assassino infatti colpisce mettendoli di fronte alle loro colpe del passato prima di punirli con una sentenza di morte. Posso dire in conclusione che il titolo "dieci piccoli indiani" (riferimento ad una filastrocca e al numero delle vittime) forse andrebbe modificato aumentando di una unità il numero degli indiani: 11 infatti sono secondo me i protagonisti, a loro va aggiunto il lettore che non può esimersi dal fare ipotesi sull'identità dell'assassino e quindi deve considerarsi a tutti gli effetti forse l'unico sopravvissuto e testimone del delitto multiplo perfetto ordito dalla grande Agatha Christie.

C'era qualcosa di magico in un'isola: bastava quella parola a eccitare la fantasia. Si perdeva il contatto col resto del mondo, perchè un'isola era un piccolo mondo a sé. Un mondo, forse, dal quale si poteva non tornare indietro.

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Giovedì, 21. Ottobre 2010
Notte Maledetta (1977) di Walt Curtis
di letteratura, 16:24

Esco da questa lettura un pò scombussolato e anche forse insoddisfatto; presi il volume in offerta perchè mi incuriosiva il fatto che dal libro fosse stato tratto il primo film di Gus Van Sant e perchè aveva quell'aria da beat generation che invece ingannava. "Mala noche" è infatti il titolo del manoscritto di Walt Curtis, scritto alla fine degli anni '70, dedicato al periodo della sua vita in cui si frequentava con dei giovani messicani che "bazzicavano" Portland dopo essere immigrati clandestinamente. L'aria che si respira è abbastanza interessante, viene dipinto con tratti decisi un sottobosco urbano abitato da sbandati, disperati, drogati in cui il nostro protagonista in quanto lavoratore in un drugstore si erge quasi a protettore di queste vittime della povertà e della disperazione. In tutto ciò le sue frequentazioni con questi ragazzi appena usciti dall'adolescenza raggiunge livelli di vera e propria passione struggente d'amore che l'autore non si preoccupa di descrivere attraverso i loro rapporti sessuali, non lasciando nessun dettaglio all'immaginazione del lettore: è difficile capire quanto sia attrazione fisica e quanto invece sia l'amore che muove i protagonisti, ma ciò che rimane interessante, più che la descrizione pornografica del sesso (che avrei evitato) è appunto la riflessione sull'immigrazione e il presunto mondo di fortune che questi giovani cercavano quando abbandonavano il loro Messico saltando sui treni merci. Una delle cose che ho apprezzato riguarda invece il prodotto librario che avevo in mano: l'edizione completava il manoscritto con altre pagine e poesie dell'autore e scritti e disegni più recenti che affrontavano sempre il rapporto di Curtis con i giovani messicani ed altre sue esperienze, come il viaggio che lui stesso fece in Messico. Si evince da questo materiale corollario come questa fase della sua vita sia stata fondamentale nella sua formazione come scrittore e autore, gli anni passati al drugstore ad osservare la vita di strada dei miserabili lo abbiano aiutato a diventare il narratore che è, connotandolo come un poeta di strada e facendolo assimilire, per certi versi, ai grandi della beat generation del passato.

"Non mi stupisce che vogliano tornarsene sulla rassicurante Skid Road! A quel futuro impossibile che li attende, in quanto stranieri, senza un'educazione, un lavoro e del denaro. E' un momento mistico.  Mi metto nei loro panni, capisco la lotta per la sopravvivenza che portano avanti, la loro instabile posizione economica. Come me sul fianco del pendio."

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